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Politica Interna

Sì alla fiducia, Berlusconi resiste, ma non convince Napolitano: ora i fatti

Restano i dubbi sulla capacità di sciogliere in tempi rapidi i nodi di Bankitalia, sviluppo e legge di stabilità. Il premier ammette difficoltà per palazzo Koch: rispunta Bini Smaghi

ROMA – «Le persistenti difficoltà da superare» nella scelta del nuovo Governatore e l’impasse sul decreto sviluppo che scivola di «altre due settimane», non hanno permesso ieri a Silvio Berlusconi di sorridere più di tanto per il successo spuntato alla Camera.

I quaranta minuti scarsi di colloquio al Quirinale, raccontano di un presidente del Consiglio stanco che promette di trasferirsi armi e bagagli alla Camera per controllare direttamente la sua maggioranza ed evitare di dover trascorrere altri tre giorni «senza quasi dormire», per rincorrere personalmente malpancisti e questuanti. Sarà perché è trascorso quasi un anno dalla famosa cacciata di Fini, ma il Cavaliere ammette che stavolta «ho dovuto lavorare il doppio» per mettere insieme fedelissimi e scontenti. Aiutato dal tenacissimo Denis Verdini che ha contribuito a «mummificare» – come sosteneva ieri pomeriggio dopo il voto Pier Ferdinando Casini – il ruolo del segretario del Pdl Angelino Alfano, Berlusconi ha distribuito promesse e pacche sulle spalle, dovendo alla fine cedere sull’unghia ben tre poltrone di governo.

Le difficoltà del governo a tenere unita la maggioranza proprio sui temi economici preoccupa il Colle che da giorni si interroga su come il presidente del Consiglio intenda muoversi per ottenere rapidamente l’approvazione in Parlamento della legge di stabilità finanziaria, che tempi immagina per il varo del decreto su sviluppo e crescita e quando pensa di avviare la procedura per arrivare ad individuare il successore di Mario Draghi in via Nazionale.

«Su Bankitalia stiamo lavorando, ma c’è tempo sino al primo novembre», ha ripetuto il Cavaliere spostando la soluzione del problema all’ultimo giorno possibile prima della partenza di Draghi per Francoforte. Il sospetto è che però il Cavaliere, oltre a non aver trovato l’intesa sul nuovo Governatore, non sia riuscito ancora a convincere Bini Smaghi dell’opportunità di lasciare anzitempo il board della Bce per lasciare un posto ai francesi. Anzi, c’è a palazzo Chigi chi sostiene che proprio per ottenere le dimissioni dalla Bce possa aver prospettato a Bini Smaghi la nomina a Governatore, allargando vieppiù la rosa dei papabili attualmente composta da Saccomanni, Grilli, Siniscalco e Visco.

L’intreccio tra la nomina del nuovo inquilino di palazzo Koch e il pacchetto sviluppo, ha prodotto sinora solo una rincorsa nel calendario e un aumento della tensione tra il ministro dell’Economia e il presidente del Consiglio. Il rischio di un’ulteriore scomposizione della maggioranza al momento del varo del ddl-sviluppo, spinge Cavaliere e ministri a gettare acqua sul fuoco delle attese. «Non ci sarà nulla di catartico – spiegava ieri il ministro La Russa – sarà un segnale, non a costo zero, ma nulla di salvifico». Più o meno la conferma che Berlusconi deve aver rispolverato il vecchio detto andreottiano del «meglio tirare a campare che tirare la cuoia», ed è quindi pronto a togliere dalle aule parlamentari provvedimenti minimamente insidiosi. E’ il caso del ddl sulle intercettazioni che esce ed entra dal calendario dell’aula a seconda dell’umore della maggioranza. Pessimo ieri sera, dopo il blitz del Cavaliere che ha saldato un po’ di «cambiali» nominando un paio di viceministri e un sottosegretario.

Ammettere «difficoltà interne alla maggioranza» sulla scelta del Governatore, come ha fatto ieri sera il Cavaliere durante l’incontro al Quirinale, significa dar ragione all’ex ministro Claudio Scajola il quale ha recentemente più volte avvertito il premier dei rischi che corre a restare ostaggio del partito del Nord. I riconoscimenti tributati a Tremonti ieri mattina sono però la conferma dell’impossibilità di arrivare ad un braccio di ferro in stile 2004, con l’inquilino di via XX Settembre e di una rassegnata presa d’atto su una legislatura destinata probabilmente a morire un anno prima, con Bossi che tenta di attribuirsi già da ora il merito di staccare la spina.

E’ però evidente che non sarà facile tenere la maggioranza unita sino a gennaio ed evitare che tra l’attuale governo e il voto non prenda quota un qualsiasi governo. Lo scontro tra i Radicali di Pannella e il Pd ha compromesso la possibilità di un’alternativa immediata all’attuale esecutivo, ma Berlusconi in tre giorni di riunioni e faccia faccia, ha toccato con mano la fragilità della sua maggioranza e il «malessere da non sottovalutare» che c’è nel Pdl denunciato anche ieri dal ministro Galan in occasione dell’uscita dal Pdl della Destro e di Gava.

Informazioni su Redazione Libera Mente News

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